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Did you say… SECURITY????

Not more than 2 weeks ago, I have been around @ CISCO Live event in Milan, the industry’s premier education and training workshop.

Lazy walking around, I had a very interesting coffee with Giuseppe Paternò (aka Gippa): he was there on the behalf of Canonical (he was in charge to talk about OpenStack), but really our chat turn immediately on security matter.

Courtesy of zebble on flickr - http://www.flickr.com/photos/zebble/6786151/

Courtesy of zebble on flickr – http://www.flickr.com/photos/zebble/6786151/

Security is probably one of the most important issue of these times, – among others, 2013 GNOME FoG campaign has been focused on security – and I think protection of (personal and corporate) data is “the” challenge of next ones.

As user, protection of my digital life is something I really worry about, but if I was a company… OH MY GOSH! Social networks, weak passwords, multiple devices, spyware, malware, negligence or simply oversight (geniuses are known to be differently focused… :-) ) how many doors would you like to open? How many temptations for a a blackhat?

What I really like in Giuseppe words has been the effort to make available for everyone his long lasting experience in FLOSS environment to provide a simple solution, called SecurePass.

SecurePass is a SaaS identity and access management backed by strong authentication and Single Sign On. Giuseppe explained me that the idea behind is that each web app and Linux system in the cloud has its own user base, therefore there is no central point of user management and no single way to enforce security policies. SecurePass targets Cloud apps and networks devices, and is currently using open protocols such as RADIUS, CAS, LDAP.

It is easy to integrate in Ubuntu: Luca Perencin, leader of the Ubuntu Users Official Group on LinkedIn, wrote an interesting article about it.

But Giuseppe wanted even more in the new release: he said he wanted it to be easy for developers to integrate it into their core framework, hence the implementation of new APIs and the group management.

Next release is codenamed Dreamliner, and that makes sense , because of Gippa’s great passion for flight: he has a private pilot licence… and he promised me a tour on a Diamond Aircraft DA40NG if I spread the word!!!

Just kidding of course, but this is my way to help the project – and, definitely, a friend.

The beta is there to help Giuseppe in driving SecurePass to something that is useful to both developers and users. New libraries are released as Open Source on GitHub and he’s looking for feedback and patches. Many heads are better then one, so please consider to join the free beta testing: for more info take a look at https://beta.secure-pass.net

My technical knowledge is too poor to allow me to assess a value, but if one of you will leave an opinion, I’ll be happy to read and share!

Happy testing!

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Codemotion! C4P! -4 to go.

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Curtains down on FOSSDEM and a new show is already ready to go!

Yesterday I went to the first Codemotion Techmeetup @Luissenlabs, a centre of excellence as start-ups Accelerator in Rome.

After almost an year far from home, it has been a good opportunity to meet some old good friends, among others Paola  “wonderpaolastra”  Santoro, from GGD-Rome, to whom we talked about Women in tech.

Born from the experience of Javaday, Codemotion is the event open to all (open) languages and technologies. The Italian stage of international tour will be held in Rome, from 9 to 12 April… If you’ll be around it could be interesting come and say “Hello!”. I attended a couple of editions, and I had a talk about Ubuntu some times ago, but I think nowadays Mara Marzocchi and Chiara Russo, the founders couple, gave to the event a more business oriented perspective.

Networking, Gaming and Hackhaton for a conference sponsored by Google, Oracle, Microsoft, IBM, with the participation of international speakers and a huge space for Communities.

C4P is still open till 9 Febrary, and I’m wondering to submit. And you?

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I bulli dei social media.

clockwork orange 2

And the first thing that flashed into my gulliver was that I’d like to have her right down there on the floor with the old in-out, real savage.

 

Efficacia. Essenzialità. Condivisibilità. Queste sono le tre parole chiave per creare una campagna social funzionale e sembra che per raggiungere questi obiettivi ogni strumento sia lecito.

Sui social si attacca e ci si difende. Ma sui social – e questo sembra che molti non lo abbiano capito –  si dà una idea di sé e dei propri followers.

I grandi influencer –  quelli che sanno generare traffico  – sono divisi in due grandi categorie: chi genera informazione (di prima o seconda mano) e chi invece produce solo rumore.

Sono quelli che sporcano il gioco, che inondano la socialsfera di immondizia. Sono i bulli del web, buoni solo a cavalcare l’hype del momento, gente che venderebbe la madre per un punto di Klout.

La questione è semplice: c’è chi ha qualcosa da dire e chi non ce l’ha. Chi ha qualcosa da dire non ha bisogno di urlare, non ha bisogno di alzare i pugni e fare a chi ce l’ha più grosso. Chi ha qualcosa da dire non sente il bisogno di annichilire il proprio avversario, di offenderlo, di cannibalizzarlo.

Ma c’è di più. Il bullo del social media usa il sarcasmo per mascherare la propria impotenza, ma chi segue esprime, a sua volta, la propria frustrazione. Chi offende è sempre il primo ad ammettere la propria debolezza, e chi le segue lo fa solo per nascondersi dietro il più forte. Sì, stiamo parlando di branchi di pecore.

Possiamo dire che un branco di pecore sia una community interessante?

Beh, a volte può esserlo. Dipende. Purtroppo c’è chi con i propri follower non vuole dialogare, ma comandarli a bacchetta, devono sapere  chi è il signore e padrone. “Pecore” pensavo. Ma un vero leader sa quando concedere e mostrarsi generoso agli inferiori.

Ora, ci sono responsabili della comunicazione che cercano di fare il loro lavoro in modo professionale e offrire un servizio e ci sono altri che invece semplicemente fanno rumore. Chi è davvero professionale? Chi sta costruendo davvero valore?

Un social media bullo avvelena anche te. Digli di smettere.

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Startups a confronto. #SMR6

Tornare da un evento come il Silicon Milk Roundabout nel cuore di Londra è decisamente interessante.

Mette a nudo, in poche parole, non solo le differenze tra la situazione italiana e quella di oltremanica, ma anche e soprattutto l’idea e le prospettive che differenziano due mercati così differenti.

Coopetition

La differenza più significativa è nel fatto che, nel confronto con l’Italia, in cui per la maggior parte le startups vedono al loro attivo un Team size ridotto all’osso, le startup presenti al #SMR6 avevano una media e una longevità ben più alta.

Definire Badoo una startup mi è sembrato forse davvero riduttivo – ma possiamo comunque considerarla come nome di richiamo dell’evento – ma in ogni caso Team size di 100 persone non erano così rare.

La seconda caratteristica di queste startups era la loro chiarezza in fatto di mission, brand e identità, business model. Pochissime volte mi è capitato di trovarmi di fronte a situazioni meno che ben struttuate, con una perfetta consapevolezza del target di riferimento. Niente startup ad altissimo (e fumoso) tasso tecnologico, insomma, ma progetti, obiettivi, strumenti.

E proprio per questo non avevano certo paura di collaborare e crescere insieme, dividendo spazi e costi.

Code first.

Il terzo elemento significtivo era il codice. L’idea che univa tutte queste realtà aziendali era il fatto di utilizzare gli strumenti informatici a supporto di un business model: questo era il modo di affrontare la sfida della scalabilità e della globalizzazione.

Ma prima di tutto c’era una idea, qualcosa da vendere, che fosse un servizio B2B, un dolcetto o dei contenuti top tailored: tanto arrosto e poco fumo, per dirla in breve.

Probabilmente anche per questo a fronte delle circa 60 startup presenti il primo giorno, dedicato all’UX design, al product management, al marketing, ce n’erano quasi il doppio il giorno successivo, in cui la ricerca era volta alle figure tecniche.

We’re hiring!

L’obiettivo del SMR era quello di mettere in contatto direttamente le aziende e i candidati, attraverso un processo di prima scrematura, e di seconda selezione (io sono stata selezionata top gold candidate) e tenendo ben alla larga i recruiters.

Questo significa che le aziende presenti erano ben interessate a investire in professionalità che creassero/sviluppassero o sostenessero il core business della startup, cercando però persone interessate alla condivisione di un progetto, che non appartiene, gelosamente custodito, ai fondatori, ma è come una onda che si deve propagare velocemente.

E proprio per questo sono disposti a spendere i circa 10000 pounds che costava lo stand per i due giorni.

Money everywhere

Image600 jobs filled, 950 vacancies, 7 milioni di pound risparmiati nella selezione del personale. Business cards, acqua, birra, vino, coca cola, caffè, cioccolato, cappuccini gratis. No, non gratis. Sponsorizzati. Occasione per farsi notare, per rimanere impressi. Offrire un servizio in cambio di visibilità, di qualcosa da portare con te. Un nome, un pensiero, un ricordo.

Certo non come Togethera, che ha portato un pitone vivo (lo vedete in braccio a me qui a destra), ma qui c’è una bella dfferenza tra investire e buttare via i soldi.

Perché every single penny matters.

p.s. A latere dell’evento mi piace segnalare alcune delle startup che hanno attirato la mia attenzione. Magari può essere un buono spunto.

Moo: eCommerce – http://uk.moo.com/

Graze: food – http://www.graze.com/uk/

Notinthehighstreet: eCommerce – http://www.notonthehighstreet.com/

Bossa studio: Social and mobile gaming – http://www.bossastudios.com/

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Silicon Milk Roundabout #6 – London. Great expectations.

PaperMilk

Really great expectations for the Silicon Milk Roundabout in London. I will attend on Saturday (but I will be around also on Sunday), Product day, looking for some interesting position in Communication & Marketing.

I have been very – and positively – surprised opening my e-mail today and reading that I’ve been picked as a Gold Top candidate, due my high relevant skills. Awesome!

I do really thanks both Ubuntu and GNOME communities to gave me the opportunity, in time, to improve my skills, and to face day-by-day an international environment which so much gives a boost to my competence.

Startup is the world of future: it’s quite easy to understand that the most exciting ideas of next 5 years will be developed in a startup and have the opportunity to meet them all under the same roof means to glance between future’s pages..

Which startup would you bet on?

And if you would bet on me, here you are 5 good reason to do it!

See you on Saturday!

Flavia

5 GOOD ANSWERS TO THE QUESTION “IS SHE GOOD FOR US?”

I’m curiousAbout things, world, food
I can’t stop being fascinated by the wonder of life and human thought. Two days ago I was speaking with an old friend, comparing Euler’s identity and the Dirac equation to decide which of two was richer in beauty.
I’m an avid reader. The saddest day in my life  was when I realized I would never be able to read all the books I could love in my entire life. The second saddest day was when I realized world is too small.

This pushed me to choice. This led me to focus on details, appreciate little things, start living.

You need to give a direction to your projects,  and gather tips from the road around: every single detail matters, every experience is worth living, it is the ray of light that make our life shine.

I took a flight from home and I found my place here, 2000 miles away, just because it was what I considered right for me. 2000 miles away. Far but not too far: I’m brave, not insane.

I’m a writerAnd taught creative writing
I write. Writing is like jazz: 99% application, 1% inspiration. Inspiration is the light dragonfly twirling on a solid stone: you have to nourish the first, letting the world sows you emotions, but there will be a solid rock to support your inspiration. Theory of writing (starting from Milan Kundera and Italo Calvino essays), metric, rhytm, rethoric, style: this is my background, which I taught in my creative writing courses. During my lessons, I also introduced elements of lateral thinking applied to creativity (following samples from Edward De Bono theories), use of juxtaposition of casual  elements or playing with words associations in order to providing suggestions, and inspire creativity.
I have published about ten books: my poems (you can have a taste on my blog)  and my short novels hide a strong work on words, to reduce to essential: a word is a sign of the soul.

I’m open minded  – But focused on Communication
I chose the world of publishing because it gave me the opportunity to do what I love to do: write. I write everyday, and almost every day I have to write a review or an introduction to a book, an article, some personal writings.

But starting from some years ago, I felt something was missing: the broadband helped me to be connected with other people worldwide. I met FLOSS, I joined the Ubuntu community and most recently GNOME. I  am a communicator in a world of coders, and instigated interviews with the Ubuntu community on National radio and television many times, and in major daily national newspapers.

Finally, the coming of social media anted up, and I needed to call: among other, I’ve been asked to maintain GNOME group LinkedIn profile.

What will be the next challenge?

I am Italian   – Naturally disposed to art and design.

I come from Rome, which means to have a Caravaggio in every church and Bernini at every corner.
But Rome means also Renzo Piano’s Auditorium, Zaha Hadid’s MAXXI – National museum of 21st century art – Richard Meier’s Jubilee Church, and I don’t talk about fashion…
I’ve not only grown in beauty, I deeply study history of art, and especially XX Century art, pop art, action painting, Neo-expressionism and trans-avantgard, and later, street art & graffiti culture.
I supported the study of art and design with Gestalt principles, applying them to discover tricks and grids of visual communication related to advertising.
I’m quite clever in finding harmony, and use anomalies to put in evidence concepts or keywords.

Genius breaks rules, but knows them well.

I have a positive attitude to life   – But I ask and give respect.

Act like an adult think like a child. I always protected my inner part preserving my capability to be moved.

Life is hard, working is hard, but maybe it could be better if we face them dressed in our best frock: a shining smile (with a touch of M.A.C. Russian Red, of course!).

I’m happy when I have found an inusitate solution (I love puzzle adventure video games, of course), when my work or my acts increase the general level of happiness of people I’m dealing with, I love brainstorming and exchange of ideas, because every word could be a trigger for great things.

I love finding new point of views,  I love experiment and challenge myself: it is when you are supposed to lose that you usually win.

If my words tickle your fancy, please knock at my door: I’m always curious to see what lies behind :)

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Filth – Il lercio

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Non ho letto il racconto di Irvine Welsh – anche se devo riconoscere che spesso i film tratti dai suoi romanzi mi affascinano più della versione su carta – ma devo riconoscere che questo Filth ha fortemente quell’impronta così profondamente ascrivibile allo scrittore scozzese.

C’è Edimburgo come sempre (anche se la sua amata Leith marca un po’ visita stavolta) e vedere un film ambientato nella città in cui vivi fa sempre colpo. Soprattutto perché certi scorci di Edimburgo sono ottime quinte per una storia dura come questa. Si ride? Certo, anche. Ma dal momento che James Mc Avoy attraversa le porte del Castello, si sa che l’odore del marcio è in arrivo, e la domanda è non se arriverà, ma solo quando.

La trama è presto detta: il violento e corrotto ispettore di polizia Bruce Robertson aspira ad una ambita promozione, e per ottenerla farà di tutto per screditare i suoi colleghi e possibili avversari.

Quello che la trama non dice è invece la profondità dello scavo introspettivo che la coppia Welsh/Baird porta sullo schermo, la violenza iconografica (che in effetti non manca mai nelle opere di Welsh), così come il viaggio dentro il proprio personale inferno. Ma ancor di più ho trovato interessante il tema – inatteso – del doppio, maschile e femminile, vittima e carnefice, realtà e immaginazione, lerciume e candore – soprattutto nell’animo – che Mc Avoy incarna alla perfezione, con i suoi occhi troppo limpidi e le unghie smozzicate.

E c’è tanto Kubrick dietro gli interrogatori del dottore che cerca di indagare nell’anima di Robertson, nell’uso raffinatamente distorto delle musiche, negli spazi estremamente sospesi e dilatati, come di un’anima che cerca – espandendosi – la propria crocifissione.

La fine si sa dall’inizio, ma un piccolo consiglio. Rimanete ancora un po’ al termine dello spettacolo: i titoli di coda meritano e ricordano – se ce lo fossimo dimenticati – che in fondo, la vita è tutta un film.

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Dalla parte del Diavolo

Riflessioni sul testamento spirituale di Erich Priebke.

Erich Priebke è morto. È morto lasciando come testamento spirituale una intervista che ancor di più ha contribuito ad accendere gli animi tra chi lo considera un pazzo sanguinario e chi invece lo continua a considerare – incredibilmente – un eroe.

Io penso che quella intervista ci racconta molto di noi, del nostro mondo, e delle circostanze che hanno prodotto persone come Priebke.

Assumiamo che, nato nel 1913, Priebke abbia vissuto gli orrori della prima guerra mondiale, l’umiliazione di Versailles e che, statisticamente, la sua famiglia sia stata fortemente colpita dalla tragedia di Weimar.

Per chi non lo sapesse, l’inflazione ai tempi della Repubblica di Weimar era tale che le donne andavano al mercato con le valigie piene di Marchi, carta straccia.

Se le condizioni della resa della Germania fossero state differenti, Hitler non avrebbe certo preso il 30% dei voti nel ’22 e la storia sarebbe stata diversa.

Ma anche l’attuale politica economica della Germania è legata a quei fatti: la paura di un default dell’Euro e delle conseguenze sul piano economico è ancestralmente legato al ricordo di quegli anni. Verrebbe da dire che tali erano le politiche recessive di  Heinrich Brüning negli anni ’20, tali sono oggi, ma questa è un’altra storia.

Quel che conta è che i tedeschi hanno timore che la storia si ripeta e cercano di controllare ogni variabile.

È qui arriviamo al secondo punto. Il controllo.

I tedeschi sono persone che hanno una lunga tradizione di pensatori, ma non hanno ancora appreso la lezione di Kierkagaard e di Schopenhauer, il dubbio come qualità esistenziale della modernità. Il razionale è reale. E aggiungerei viceversa. E basta.

I tedeschi, complice una terra che non permette loro di sbagliare, hanno bisogno delle regole, della precisione, della perfezione formale.

Passeggiate un giorno nella foresta nera per capire perché i Germani erano gli unici a spaventare le legioni romane. Gli autobus tedeschi sono puntuali al minuto. Perché fa troppo freddo per consentire di sbagliare.

L’educazione tedesca è stata ricalcata su quella prussiana: se fossero stati gli Asburgo a unificare la Germania e non Bismarck, di nuovo le cose sarebbero state differenti. Ma tant’è.

I tedeschi sono educati ad essere gentili e perfetti. Ma anche a non contestare l’autorità (e Hesse ci ha ampiamente spiegato come e a quale prezzo).

Ultima annotazione.

L’uomo è per sua natura portato a cancellare e minimizzare non solo i propri errori, ma tutte quelle cose che portano dolore. La storia della pagliuzza e della trave, avete presente?

Gli abitanti delle cittadine vicino ad Auschwitz o Dachau, interrogati dagli alleati, dissero che non avevano idea di quello che stava accadendo. E io gli credo. Perché la mente non può concepire un orrore così grande e uscire illesa.

Molti dei tedeschi delle generazioni nate intorno agli anni 50 hanno fatto ammenda come persone e come popolo per i campi di concentramento. Per molti tedeschi questa è una onta ignominiosa sul loro petto.

Mi ricordo  che parlando dell’Oscar al film “La vita è bella”, la mia docente di tedesco mi rispose piccata che sull’Olocausto non si può ridere.

Ora, cosa ci dice l’intervista a Priebke?

Ci racconta di un uomo che sta prima di tutto difendendo se stesso e i tedeschi dall’ignomia che gli altri vorrebbero (secondo lui) buttagli addosso. È interessante  notare come cerchi dei raffronti con gli orrori portati avanti dai governi allora o nel presente (i russi, le foibe – così care al sentire italiano – le armi di distruzione di massa – palese escamotage con il quale gli americani hanno giustificato l’invasione dell’Iraq) come a ribadire che gli orrori appartengono alla guerra e non alla singola nazione.

È altresì interessante il fatto che continui a ribadire la sua fedeltà a certi valori, il suo rispetto della linea di comando e delle gerarchie: essere soldati in quegli anni significava non potersi concedere gesti di pietas e sebbene ci siano stati tra i tedeschi molte brave persone (come ce ne sono sempre tra tutti) il fatto che questo sia un lato molto oscuro della guerra ci fa capire che la considerazione per chi trasgrediva le consegne era quello di traditore, anche dopo la fine della guerra.

Ultima cosa, ma non banale.

Io non ho mai incrociato sulla mia strada quest’uomo, ma noto nelle sue parole che non c’è assenza di ripensamento per le sue azioni, ma totale, completa negazione degli atti compiuti da lui e dal governo che all’epoca rappresentava.

Nel suo discorso si appiglia a ogni logica per dimostrare le sue tesi, ed è inquietante vedere con quanta convizione ha voluto tenere gli occhi fino in fondo chiusi di fronte all’orrore che lui stesso ha contribuito ad accrescere.

Nel suo discorso c’è la rabbia di un giovane privato del futuro e indottrinato a dovere sulle responsabilità degli ebrei – dei ricchi ebrei almeno – c’è l’orgoglio di far parte di qualcosa di più grande, il sogno di un impero, la delusione per la fine delle speranze, e la necessità di giustificare e minimizzare gli errori del proprio paese e di se stesso.

Di fronte alle grandi tragedie – e qui penso ai morti nel canale di Sicilia, di così grande attualità –  siamo tutti responsabili, ma accettare il peso della nostra colpa collettiva come percorso di crescita individuale è qualcosa che si può fare solo accettando le nostre meschinità.

E questo implica un grande coraggio, proprio quel coraggio che Priebke ha sempre sbandierato ma mai dimostrato di avere fino in fondo.

È possibile leggere on-line l’intervista completa, oppure scaricarla da qui