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Filth – Il lercio

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Non ho letto il racconto di Irvine Welsh – anche se devo riconoscere che spesso i film tratti dai suoi romanzi mi affascinano più della versione su carta – ma devo riconoscere che questo Filth ha fortemente quell’impronta così profondamente ascrivibile allo scrittore scozzese.

C’è Edimburgo come sempre (anche se la sua amata Leith marca un po’ visita stavolta) e vedere un film ambientato nella città in cui vivi fa sempre colpo. Soprattutto perché certi scorci di Edimburgo sono ottime quinte per una storia dura come questa. Si ride? Certo, anche. Ma dal momento che James Mc Avoy attraversa le porte del Castello, si sa che l’odore del marcio è in arrivo, e la domanda è non se arriverà, ma solo quando.

La trama è presto detta: il violento e corrotto ispettore di polizia Bruce Robertson aspira ad una ambita promozione, e per ottenerla farà di tutto per screditare i suoi colleghi e possibili avversari.

Quello che la trama non dice è invece la profondità dello scavo introspettivo che la coppia Welsh/Baird porta sullo schermo, la violenza iconografica (che in effetti non manca mai nelle opere di Welsh), così come il viaggio dentro il proprio personale inferno. Ma ancor di più ho trovato interessante il tema – inatteso – del doppio, maschile e femminile, vittima e carnefice, realtà e immaginazione, lerciume e candore – soprattutto nell’animo – che Mc Avoy incarna alla perfezione, con i suoi occhi troppo limpidi e le unghie smozzicate.

E c’è tanto Kubrick dietro gli interrogatori del dottore che cerca di indagare nell’anima di Robertson, nell’uso raffinatamente distorto delle musiche, negli spazi estremamente sospesi e dilatati, come di un’anima che cerca – espandendosi – la propria crocifissione.

La fine si sa dall’inizio, ma un piccolo consiglio. Rimanete ancora un po’ al termine dello spettacolo: i titoli di coda meritano e ricordano – se ce lo fossimo dimenticati – che in fondo, la vita è tutta un film.

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Dalla parte del Diavolo

Riflessioni sul testamento spirituale di Erich Priebke.

Erich Priebke è morto. È morto lasciando come testamento spirituale una intervista che ancor di più ha contribuito ad accendere gli animi tra chi lo considera un pazzo sanguinario e chi invece lo continua a considerare – incredibilmente – un eroe.

Io penso che quella intervista ci racconta molto di noi, del nostro mondo, e delle circostanze che hanno prodotto persone come Priebke.

Assumiamo che, nato nel 1913, Priebke abbia vissuto gli orrori della prima guerra mondiale, l’umiliazione di Versailles e che, statisticamente, la sua famiglia sia stata fortemente colpita dalla tragedia di Weimar.

Per chi non lo sapesse, l’inflazione ai tempi della Repubblica di Weimar era tale che le donne andavano al mercato con le valigie piene di Marchi, carta straccia.

Se le condizioni della resa della Germania fossero state differenti, Hitler non avrebbe certo preso il 30% dei voti nel ’22 e la storia sarebbe stata diversa.

Ma anche l’attuale politica economica della Germania è legata a quei fatti: la paura di un default dell’Euro e delle conseguenze sul piano economico è ancestralmente legato al ricordo di quegli anni. Verrebbe da dire che tali erano le politiche recessive di  Heinrich Brüning negli anni ’20, tali sono oggi, ma questa è un’altra storia.

Quel che conta è che i tedeschi hanno timore che la storia si ripeta e cercano di controllare ogni variabile.

È qui arriviamo al secondo punto. Il controllo.

I tedeschi sono persone che hanno una lunga tradizione di pensatori, ma non hanno ancora appreso la lezione di Kierkagaard e di Schopenhauer, il dubbio come qualità esistenziale della modernità. Il razionale è reale. E aggiungerei viceversa. E basta.

I tedeschi, complice una terra che non permette loro di sbagliare, hanno bisogno delle regole, della precisione, della perfezione formale.

Passeggiate un giorno nella foresta nera per capire perché i Germani erano gli unici a spaventare le legioni romane. Gli autobus tedeschi sono puntuali al minuto. Perché fa troppo freddo per consentire di sbagliare.

L’educazione tedesca è stata ricalcata su quella prussiana: se fossero stati gli Asburgo a unificare la Germania e non Bismarck, di nuovo le cose sarebbero state differenti. Ma tant’è.

I tedeschi sono educati ad essere gentili e perfetti. Ma anche a non contestare l’autorità (e Hesse ci ha ampiamente spiegato come e a quale prezzo).

Ultima annotazione.

L’uomo è per sua natura portato a cancellare e minimizzare non solo i propri errori, ma tutte quelle cose che portano dolore. La storia della pagliuzza e della trave, avete presente?

Gli abitanti delle cittadine vicino ad Auschwitz o Dachau, interrogati dagli alleati, dissero che non avevano idea di quello che stava accadendo. E io gli credo. Perché la mente non può concepire un orrore così grande e uscire illesa.

Molti dei tedeschi delle generazioni nate intorno agli anni 50 hanno fatto ammenda come persone e come popolo per i campi di concentramento. Per molti tedeschi questa è una onta ignominiosa sul loro petto.

Mi ricordo  che parlando dell’Oscar al film “La vita è bella”, la mia docente di tedesco mi rispose piccata che sull’Olocausto non si può ridere.

Ora, cosa ci dice l’intervista a Priebke?

Ci racconta di un uomo che sta prima di tutto difendendo se stesso e i tedeschi dall’ignomia che gli altri vorrebbero (secondo lui) buttagli addosso. È interessante  notare come cerchi dei raffronti con gli orrori portati avanti dai governi allora o nel presente (i russi, le foibe – così care al sentire italiano – le armi di distruzione di massa – palese escamotage con il quale gli americani hanno giustificato l’invasione dell’Iraq) come a ribadire che gli orrori appartengono alla guerra e non alla singola nazione.

È altresì interessante il fatto che continui a ribadire la sua fedeltà a certi valori, il suo rispetto della linea di comando e delle gerarchie: essere soldati in quegli anni significava non potersi concedere gesti di pietas e sebbene ci siano stati tra i tedeschi molte brave persone (come ce ne sono sempre tra tutti) il fatto che questo sia un lato molto oscuro della guerra ci fa capire che la considerazione per chi trasgrediva le consegne era quello di traditore, anche dopo la fine della guerra.

Ultima cosa, ma non banale.

Io non ho mai incrociato sulla mia strada quest’uomo, ma noto nelle sue parole che non c’è assenza di ripensamento per le sue azioni, ma totale, completa negazione degli atti compiuti da lui e dal governo che all’epoca rappresentava.

Nel suo discorso si appiglia a ogni logica per dimostrare le sue tesi, ed è inquietante vedere con quanta convizione ha voluto tenere gli occhi fino in fondo chiusi di fronte all’orrore che lui stesso ha contribuito ad accrescere.

Nel suo discorso c’è la rabbia di un giovane privato del futuro e indottrinato a dovere sulle responsabilità degli ebrei – dei ricchi ebrei almeno – c’è l’orgoglio di far parte di qualcosa di più grande, il sogno di un impero, la delusione per la fine delle speranze, e la necessità di giustificare e minimizzare gli errori del proprio paese e di se stesso.

Di fronte alle grandi tragedie – e qui penso ai morti nel canale di Sicilia, di così grande attualità –  siamo tutti responsabili, ma accettare il peso della nostra colpa collettiva come percorso di crescita individuale è qualcosa che si può fare solo accettando le nostre meschinità.

E questo implica un grande coraggio, proprio quel coraggio che Priebke ha sempre sbandierato ma mai dimostrato di avere fino in fondo.

È possibile leggere on-line l’intervista completa, oppure scaricarla da qui