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10 cose che ho imparato dai miei primi 39 anni

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Sabato scorso ne ho compiuti 39. E per una volta sento che c’è qualcosa di buono in questi anni da condividere. Esperienze, sensazioni, riflessioni. Consigli, per me stessa, per prima, e magari anche per te.

1) Le radici sono importanti, ma non si può sempre vivere come una freccia incoccata all’arco: impara a volare

2) Viaggia, non come un turista, ma come un pellegrino. Vai per imparare e non per comprare una esperienza.

3) Il giorno che pensi che hai finito di imparare è il giorno che sarai davvero morto, anche se respiri ancora.

4) Qualsiasi cosa devi fare, ricordati, scegli per prima cosa la persona con cui farla.

5) Non aver paura di uno schiaffo in piena faccia, anche se potrà fare male a volte può servire.

6) Sperimentati: non puoi mai sapere quello che potresti fare se non ci provi.

7) Lasciati attraversare dall’amore: è un fiume che nutrirà i tuoi giorni.

8) Mangia ciò che davvero vuoi, dormi quanto puoi. Sogna forte.

9) Dedicati almeno mezzora ogni giorno: corri, cammina, balla, pensa, se vuoi leggi una poesia.

10) Guarda i tuoi difetti, amali e perdonali: saranno la tua forza inattesa. Ma soprattutto ricorda che non potrai mai stare bene con gli altri, se prima non stai bene con te stesso.

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The taxidermist/ La Tassidermista

THE TAXIDERMIST

A short story

The very first time I went to London, will be remembered as the year of the invasion of the scorpions.

Every morning, just after the coffee, I took my Timberlands and I overturned them carefully upon the chimney, to be sure not to see if any were in my shoes one, two or many.

And every night my shoes gave hospitality to new upcoming families, twosomes looking for a bite of intimacy from the vacuum’s rumble.

No, I never looked into the bed, under the quilt. I would just put my hand in the shoe, a little ‘coy

But they have never bitten the sleeping me. Maybe they knew by instinct I never appreciated them. No, I don’t like scorpions. They haven’t any skin. No skin, no peel. I love cats. The skin of the cats cover muscles and sinews like a frock, but lightweight.

It doesn’t take much to leave. Cats are not pigs, which ask you to be there to cut and tear, slowly, carefully, because the skin of pigs is tough. Just like man’s, tenaciously bound till to bones.

Or I like playing with birds: take off feathers and recompose it, one by one, as they were a mosaic by air and keratin, mingling up with the smell of the glue, in a chemical embrace which preserves from death.

Of course, death. What else?

– It’s 5 to 8, time to give her some food.

– Yes, I see…

Actually I should give her a draught too. She hasn’t touch a single drop of water for a too long time, it’s not good for her. Now she isn’t even in the tub….

– You should really give her some food….

– Shut your beak, fucking fowl, or you want me to rip it up with my hands? Do you forget that’s my if you still have one?

Silence.

What were we talking about? Oh yes, death. Well sure, she has the deck and is the dealer, but I can anyway play my game.

Of course it’s easier if you own … I don’t know, a carapace. a carapace lasts thousand of years! But if you’re made of fur, skin or feathers, holy arsenic, holy borax!

Clean fur, fix horns, set eyes… but my favourite are birds. Feathers allows you lofty work, they perfectly hide the stitches, and the body, if you want… eat it.

I love my birds – my little cute birds – make me company …

– Mist is rising. Again. they’re coming back.

– They are singing!

-They’re looking for her! Can you hear them? Let her free, she have no feathers, she has only scales and teeth…

– And hair! Shut the fuck up! Shut up! Enough! You stick in my brain as the obsession slips in the space of my legs, stretching while my cunt becomes thinner!

I see! I see it every time I clean myself in front of the mirror! It is not like you! Mirror doesn’t lie!I see the web of veins on my thighs, and she increasingly dried, parched!

I see thin skin, like the skin of birds, feathers and hair melting, skin untouched, made by a virginity which never slipped between my legs…

I see my cunt, I see me!

Go hell false harmers, carriers of knives bitter like a dream, like an illusion, like the melodious song, which flowed from her lips too red and luscious not to taste.

Time to her to pay every bite, every whisper.

– 8 o’ clock! Give her some food!

8 o’ clock.

After 12 hours, which is hanging upside down, every drop of that translucent blood should be gone, by now.

And now, finally, I’ll stuff her tail.

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LA TASSIDERMISTA

Un racconto breve

La prima volta che ho messo piede a Londra verrà ricordato come l’anno dell’invasione degli scorpioni.

Ogni mattina, appena dopo il caffè, prendevo le mie Timberland e le rovesciavo accuratamente sopra il caminetto, per non vedere se nelle mie scarpe c’è ne fossero uno o due o molti.

E ogni notte le mie scarpe davano ospitalità a nuove famigliole in formazione, coppiette che cercavano un po’ di intimità dal rombo dell’aspirapolvere.

No. Non ho mai guardato dentro il letto, sotto il piumino. Mi limitavo a infilare la mano nella scarpa, un po’ ritrosa. Ma non mi hanno mai punto mentre dormivo. Forse sapevano d’istinto di non piacermi. No, non mi piacciono gli scorpioni. Non hanno pelle. È senza pelle non li puoi scuoiare. A me piacciono i gatti. La pelle dei gatti ricopre i muscoli e i tendini come un vestitino, su misura, ma leggero. Basta un niente e viene via. Mica come i maiali che devi stare lì a tagliare e staccare, piano piano, con attenzione, perché la pelle dei maiali è dura. Un po’ come quella degli uomini, attaccata fino all’osso.

Oppure mi piace giocare con gli uccelli: togliere le piume e ricomporle, ad una ad una, come fossero un mosaico di aria e cheratina, che si mischia con l’odore della colla, in un’amplesso chimico che preserva la morte.

Eccerto, la morte. Sempre lì si finisce no?

– Sono le 8 meno 5, devi darle da mangiare.

– Sì lo so…

In realtà dovrei darle anche da bere. È troppo tempo che non tocca una goccia d’acqua, non le fa bene. Ora non è più nemmeno nella vasca…

– Dovresti proprio darle da mangiare…

– Chiudi il becco uccellaccio della malora, o vuoi che te lo strappi con le mie mani? ti sei scordato che è merito mio se ancora ne hai uno?

Silenzio.

Dove eravamo rimasti? Ah sì, la morte. Beh certo, lei ha il mazzo e dà le carte, ma posso comunque giocare la mia partita. Certo è più facile se hai, non so, un carapace. Un carapace campa mill’anni! Ma sei sei fatto di peli, pelle o piume… santo arsenico, santo borace!

Pulire la pelliccia, aggiustare le corna, sistemare gli occhi… Ma i miei preferiti sono gli uccelli. Con le piume puoi fare dei lavori sublimi, nascondono perfettamente i punti di sutura e il corpo, se vuoi, te lo mangi.

Adoro i miei uccelli – i miei piccoli teneri uccellini – mi fanno compagnia…

– Si è alzata la foschia. Di nuovo. Stanno tornando.

– Stanno cantando.

– La stanno cercando. Le senti? Liberala, lei non ha piume, ha solo squame e denti!

– E capelli! Stai zitto, cazzo! Zitto! Basta! Ti infili nel mio cervello come l’ossessione si infila nello spazio delle mie gambe che si allarga, mente la figa si assottiglia.

Lo vedo! Lo vedo ogni volta che mi pulisco davanti allo specchio! E lui non è come te! Lo specchio non mente! Vedo la ragnatela delle vene sulle cosce e lei sempre più asciutta, seccata!

Vedo la pelle sottile, come la pelle degli uccelli, piume e peli che si mescolano, pelle intonsa, di una verginità che non mi è mai scivolata tra le gambe.

Vedo la mia figa, vedo me!

Al diavolo i falsi attentatori, portatori di coltelli amari come un sogno, come un’illusione, come il canto melodioso, che sgorgava dalle sue labbra troppo rosse e polpose per non volerle assaggiare.

Ma ora pagherà ogni morso, ogni sussurro.

– Sono le 8, devi darle da mangiare!

Sono le 8.

Dopo 12 ore che è appesa a testa in giù, ogni goccia di quel sangue traslucente dovrebbe essere oramai andata.

E ora, finalmente, le impaglierò la coda.

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Awakening

I am slain.
TIC TAC. TIC TAC TOC.

As purple bloom
my blood drips:
drop to drop
it flourish on the icy
floor.

And one and two and three
and four
And one and two and three
and four
And one and two and three
and now
again
and more
com-passion

And slowly
the piano vanishes
from hit and sin
by white and
black,
you wink and sneer
glad in the broken
mirror, proud
to be deep down
deep-ly
man.

Hash liar
you tear me in pounds
but heart beats

TIC TAC. TIC TAC TOC.

Again.

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Wasserratten

I cry for the screech
of the keys,
for the darkness of the vice
for the emperors’ lies.

Rats rapt by black
of the eyes
they are wide open mouths
cum dirty lips
of rouge.

Hush.

Dw-arf d-arf
arf is the noise
and the size
of whom has lost
the shame,
the grace of the
rotten worms
infecting the rooms
of the law.

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Ground/zero

The rubble can’t sleep
it is too busy screaming.

From the ground floor
what really counts is number,
that isn’t really ground
or even at least one:
It is less then a few
it’s the zero
the round and perfect o
of a lidless eye.

Where the heartbeats beat
now there is only still,
the hushed weep
of the shovel,
the mournful rustle
of the broom
which moves dust apart
from the roots of time.

On the sly
nightmares laugh.

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Eden

When the mist claims
bloodshed for her
I’ll have to flee from
the dreamt garden.

We’re all swearwords
upon salty lips
we’re all relieved
from the enchanted mess.